Revenge porn, l'arma di un sistema sociale
Circa 50.000 utenti mettono in scena ogni giorno una sorta di stupro virtuale, condividendo foto pornografiche di ex partner e ragazze minorenni dentro un gruppo Telegram accessibile a tutti
Valerio Caccavale | 14 April 2020

Oggi più che mai si è soli. I giorni passano dentro le mura di casa che tengono con sé storie ingiuste, di violenza e di sfruttamento. Se tra le mura del proprio appartamento non entra questo anelito di insofferenza, la strada dei social è sempre aperta. E proprio in questi giorni di reclusione domestica, è scoppiata una bomba che viviamo più volte di quanto ci nascondiamo a noi stessi.

Circa 50.000 utenti mettono in scena ogni giorno una sorta di stupro virtuale, condividendo foto pornografiche di ex partner e ragazze minorenni dentro un gruppo Telegram accessibile a tutti. L’ennesimo caso di violenza, che fa accapponare la pelle al solo pensiero. E d’un tratto le storie di milioni di ragazze abusate valgono la pena di essere raccontate e commentate da tutto il mondo social. Da “oggi” siamo vulnerabili anche davanti ad uno schermo. Se prima potevamo trovare riparo nel mondo virtuale ora non è più così e questo desta molta preoccupazione. E cosi la violenza del revenge porn diventa l’imprevedibile arma di cui questo sistema si nutre.

La società patriarcale non sembra cambiata nelle sue radici più profonde a tal punto che le parole con cui ci lascia Toni Morrison, storica attivista degli States scomparsa recentemente, sembrano buttare sale ad una ferita che né allora né adesso si può cicatrizzare. La risposta a tutto ciò (ci aiuta a capire la Morrison nelle pagine di “Amatissima”) va ricercata nei rapporti di classe e di genere che si materializzano in quel preciso momento storico. E se le donne afroamericane portano sulla pelle la violenza egemonizzante dei maschi schiavisti, oggi la malattia egemonizzante maschile è molto più strategica e opera sotto la forma virtuale, ma pur sempre devastante. La vendetta pornografica secondo l’articolo 612-ter è un reato penale, ma ancora troppe vittime di questo delitto chiedono giustizia per foto, video che restano scolpite in rete e nella memoria del nuovo e incontenibile mondo social.