Giù i camici: "Non chiamateci eroi"
La protesta in 21 piazze italiane per richiedere investimenti e posti per la specializzazione
Elio Sanchez | 29 May 2020

"Basta chiamarci eroi, servono investimenti". Il grido degli studenti di medicina e dei giovani medici arriva forte e chiaro alle istituzioni: servono più posti di specializzazione. Nei giorni scorsi le associazioni (Associazione Salviamo Ippocrate, Chi si cura di te? ER - Ex Rappresentanti in prima linea, Farmacia Politica, Link Area Medica, Materia Grigia, Reset UniCa, Segretariato Italiano Giovani Medici) sono scese in piazza in 21 città italiane e si sono rese partecipi di un flashmod di protesta: via i camici per abolire l'imbuto formativo e garantire tutele ai giovani medici in formazione. Per dar voce a questa protesta abbiamo intervistato Fabio Vitiello, presidente di Farmacia Politica e allo stesso tempo studente di medicina. Al termine dell’intervista è arrivata la notizia che il Ministro all’Università ha accettato di ricevere una delegazione per discutere sulle loro richieste. 

Per cosa siete scesi in piazza? Che protesta state portando avanti?

Finalmente oggi, anche a Cagliari, i giovani medici, gli studenti di medicina, i neo abilitati e gli specializzandi sono scesi in piazza. Il 29 maggio rappresenta un punto d'inizio di una mobilitazione permanente che è stata organizzata da una rete di associazioni, sia di rappresentanza studentesca nazionale, sia di segretariato di medico sanitario, che ha coinvolto 20 piazze in tutta Italia. I giovani medici e gli studenti sono scesi in piazza col camice bianco e hanno protestato e manifestato affinché si cerchi di trovare una soluzione definitiva, abolendo il cosiddetto imbuto formativo. Uno dei mali che attanaglia la qualità della sanità e della formazione in Italia. Tantissimi medici, circa 400 persone, devono necessariamente partire all'estero per poter completare la loro formazione, quindi per diventare specialisti. Questa è una situazione intollerabile che va cambiata e l'unico modo per cambiarla è il passaggio tramite una riforma che metta insieme sia l'istruzione che la sanità. Perché alla fine quella del giovane medico è una figura intermedia tra questi due ambiti. È una situazione intollerabile, anche quest'anno il 22 settembre ci sarà il test per l'accesso alle borse di specializzazione e migliaia e migliaia di medici non troveranno una borsa per poter continuare la loro scuola di specializzazione, quindi per completare la propria formazione. Siamo scesi in piazza proprio per questo.

Eroi oggi, sottovalutati ieri e spesso vittime di attacchi e denunce. Credi che la retorica che l'opinione pubblica sta portando avanti in questo periodo di emergenza sanitaria sia sincera o ipocrita? Come vi sentite ad essere appellati eroi?

I giovani medici non vogliono essere chiamati eroi, sono appellativi che spesso vengono utilizzati dall'opinione pubblica in determinati momenti di crisi emergenziale sanitaria, ma che servono solo come slogan dal punto di vista giornalistico per attirare l'attenzione su atti di eroismo. In realtà il medico è un professionista che fa il suo dovere con grande passione, con tanti anni di sacrifici, di studio e anche di esperienza per poterlo fare. Lo fa consapevole di svolgere un ruolo essenziale per la salute dei cittadini. È chiaramente una professione dedicata all'altro e quindi la svolge consapevole di queste mansioni. Gli atti di eroismo non spettano ai medici e non vogliono nemmeno che gli vengano riconosciuti. Piuttosto, vorremo vedere riconosciute le ore in più di straordinario, i diritti, una formazione di qualità e avere la possibilità di formarsi nel proprio paese. Vogliamo contratti adeguati al nostro impegno e alla nostra professionalità.

Non solo opinione pubblica: anche da parte delle istituzioni, stiamo assistendo ad un improvviso interesse nei confronti degli ospedalieri. Qual è l'atteggiamento dello stato italiano nei confronti del sistema sanitario e dei suoi operatori?

Le categorie sanitarie sono in genere categorie che cercano di trovare le soluzioni dei problemi. L'atteggiamento è sempre quello costruttivo nei confronti delle istituzioni, sia regionali che nazionali. È un atteggiamento di servizio, è chiaro che quello che ci si aspetta è una considerazione maggiore, soprattutto in un periodo come questo, è stato notato da tutti qual è il ruolo fondamentale del servizio sanitario nazionale. Alla luce di questo, bisogna ricordare che negli ultimi dieci anni sono stati tagliati sino a 37 miliardi di euro dalla sanità. Sicuramente questo ha depotenziato la nostra sanità, che ha retto ma ha mostrato tutte le sue lacune. Ha retto grazie a tutti gli operatori sanitari. Bisogna continuare a collaborare e a trovare soluzioni con le istituzioni. Però noi abbiamo deciso di passare dai comunicati alla piazza perché è arrivato il momento di mostrare il camice bianco come segno e simbolo della protesta e di farci ascoltare.

Qualcuno ha ipotizzato la possibilità di levare il test d’ingresso a medicina, che ne pensi?

Naturalmente anche l’ingresso alla facoltà di medicina è uno degli argomenti che devono essere necessariamente trattati all’interno di una riforma della sanità che tutti noi ci auspichiamo. Bisogna però essere corretti e molto chiari parlando di dati e di ciò che serve alla sanità: ciò che serve non sono medici, ma specialisti. Ispezione e supervisione di entità e prodotti informazioni(medicinali e prodotti sanitari) Quindi la programmazione dell’ingresso in medicina, dal mio punto di vista, non deve essere snaturata... certo, si possono trovare formule diverse, però il problema reale è la mancanza di specialisti. Allo stesso tempo bisogna investire tanto sulla medicina generale sul territorio. Una medicina basata sul territorio e di qualità.